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Bentornati su "Minuti di Politica", la newsletter che in ogni numero racconta un concetto politico e il suo impatto sulla realtà, con un linguaggio semplice e senza rinunciare alla profondità.
“Minuti di Politica” si apre con un aneddoto per introdurre il concetto politico, prosegue con una definizione chiara e si chiude con due applicazioni pratiche: una che riguarda l’Italia e l'altra che guarda al mondo.
In questo numero parleremo di postcolonialismo. La cortina di ferro è un'espressione molto celebre nella storia del Ventesimo secolo: lo è meno quella di cortina colorata e in questo numero partiremo proprio da qui. Proseguiremo parlando di una pratica molto utilizzata nelle colonie italiane del Novecento: il madamato. Chiudiamo con la storia di Cecil Rhodes, il fondatore della società di diamanti De Beers, e di come questa figura abbia scatenato le proteste degli studenti di Città del Capo in Sudafrica.
Buona lettura e grazie a chi ha deciso di dedicare anche pochi minuti, ben spesi, per la politica!
La citazione
Un popolo che si libera dal dominio straniero non sarà culturalmente libero se, senza sottovalutare l'importanza dei contributi positivi della cultura dell'oppressore e di altre culture, non ritorna ai sentieri ascendenti della propria cultura. Quest'ultima si nutre della realtà viva dell'ambiente e rifiuta le influenze nocive tanto quanto qualsiasi tipo di sottomissione a culture straniere. Vediamo dunque che, se il dominio imperialista ha il bisogno vitale di praticare l'oppressione culturale, la liberazione nazionale è necessariamente un atto di cultura.
La parola
Postcolonialismo
Nel 1946, Winston Churchill, primo ministro della Gran Bretagna nella Seconda Guerra Mondiale, durante una conferenza, rese celebre l'espressione della "cortina di ferro":
Da Stettino nel Baltico a Trieste nell'Adriatico, una cortina di ferro è scesa attraverso il continente. Dietro quella linea giacciono tutte le capitali dei vecchi Stati dell'Europa Centrale e Orientale.
Il vecchio continente e il mondo erano divisi in due sfere di influenza: quella americana e capitalista, che comprendeva l'Europa occidentale, e quella sovietica e comunista, che comprendeva oltre agli stati dell'Europa orientale, quelli che aspiravano a costruire un'economia socialista.
Non tutti gli Stati del mondo si appiattirono su questa divisione. C'erano paesi che, pur essendo più vicini a una delle due superpotenze, preferivano concentrare le loro forze e le loro energie per risolvere i problemi creati dal colonialismo europeo: la povertà, l'arretratezza e la mancanza di infrastrutture.
Nel 1955, 29 Stati provenienti dal "sud del mondo" tra cui Pakistan, Birmania, Ceylon, Repubblica Popolare Cinese e Indonesia organizzarono nella città indonesiana di Bandung una conferenza. Volevano accelerare il processo di decolonizzazione e consolidare la loro posizione globale, favorendo la cooperazione economica e politica, nel quadro di una coesistenza pacifica1.
Qualche mese prima, Richard Wright, un giornalista afroamericano, decise di andare a Bandung per capire se, e come, le sorti del mondo sarebbero cambiate, e per scrivere della conferenza.
Quello di Bandung era un incontro che nessuno studioso o appassionato di scienze umane e sociali avrebbe mai sognato di poter organizzare. Andava alle radici dei fatti sociali, politici e culturali e si concentrava sugli elementi nudi e crudi dell'umanità: razze, religioni e continenti. Vi avrebbero partecipato solo persone dalla pelle marrone, nera e gialla, che per lungo tempo erano state soggiogate dal dominio coloniale2.
Alla Iron curtain, la "cortina di ferro" di Churchill, Wright contrappose la Colour curtain, la "cortina colorata". Arrivato in Indonesia, Wright intervistò diversi abitanti del posto: tassisti (un grande classico), studenti di sociologia che frequentavano università europee e anche ingegneri che, dopo essersi formati in giro per il mondo, avevano deciso di tornare per ricostruire il Paese.
I temi più urgenti per la popolazione indonesiana, che aveva ottenuto l'indipendenza dai Paesi Bassi pochi anni prima, riguardavano il funzionamento basilare dello Stato: carenza di medici (un dottore ogni 70.000 abitanti3) istruzione obbligatoria, assenza di alloggi, mancanza di valuta internazionale da poter scambiare e così via. Appartenere a una sfera d'influenza piuttosto che a un'altra non era sicuramente tra le priorità più pressanti, anche se poteva aiutare a risolvere alcuni dei loro problemi.
Wright intervistò anche un ingegnere minerario che aveva studiato nei Paesi Bassi, l'ex potenza coloniale. Una volta tornato in Indonesia, riuscì a farsi promuovere e a diventare un dirigente del suo dipartimento; in Europa non ne avrebbe mai avuto la possibilità: gli olandesi ritenevano che non fosse e non sarebbe mai potuto diventare abbastanza intelligente da farlo.
L'ingegnere, che nel resoconto di Wright viene chiamato "Mr. P" per mantenere l'anonimato, aveva una posizione abbastanza chiara sugli olandesi e sul colonialismo. Se gli indonesiani non avessero combattuto gli olandesi, sarebbero stati ancora schiavi e quindi ribellarsi al dominio coloniale era stata una cosa giusta, malgrado la fragilità in cui versava il Paese. Infatti, nel 1955, in Indonesia c'erano in tutto 160 ingegneri: 40 di questi lavoravano per il governo e gli altri guadagnavano tre o quattro volte di più, lavorando in proprio.
Mr. P incarnava, forse inconsapevolmente o forse no, l’idea che aveva animato la Conferenza di Bandung: non allineato né all'impero comunista, né a quello americano, ma determinato a forgiare una visione e una società diversa, con tutte le difficoltà del caso.
Una definizione di Postcolonialismo
Alla Conferenza di Bandung prese forma quello che doveva essere un blocco di potere indipendente, il "movimento dei paesi non Allineati". L'ambizione di non allinearsi si rivelò impossibile, ma la conferenza segnò la nascita del pensiero postcoloniale, come concetto.
Postcolonialismo significa riconoscere il diritto all'autogoverno autonomo in quei posti e per quelle persone ancora sottoposte al controllo politico e amministrativo da parte di una potenza straniera o esterna4.
Dopo aver conseguito l'autogoverno, l'approccio postcoloniale ambisce a cambiare le basi stesse dello Stato, trasformando l'approccio nazionalista e accentratore, necessario per emanciparsi dalla potenza colonizzatrice.
Il postcolonialismo persegue quindi: l'emancipazione dei poveri, dei diseredati e degli svantaggiati, la tolleranza delle differenze e della diversità, l'affermazione dei diritti delle minoranze, delle donne, delle persone LGBTQ+ e dei diritti culturali all'interno di un ampio quadro di egualitarismo democratico5.
È un concetto che si può ricondurre all'ideologia pluralista, quella secondo cui ogni società ha una visione propria della realtà del mondo in cui vive, di se stessa e dei suoi rapporti col proprio passato, con la natura e con il futuro. Una visione pluralista auspica la comprensione delle visioni alternative di società6.
Il postcolonialismo dà un grande rilievo anche alla conoscenza e al modo di concepire la società. Con la Conferenza di Bandung, nasce il "Terzo mondo" che aspira a una concezione alternativa alla conoscenza occidentale e comunista. Le ex colonie volevano emanciparsi dalle forme di sapere tramandate dagli occupanti e dalle loro università, "le corporazioni ufficiali della conoscenza".
Infatti, la conoscenza trae la propria origine dai luoghi più diversi e disparati, di cui lo stesso "Occidente" si è servito e ancora si serve. Ad esempio, una gran parte delle conoscenze scientifiche, matematiche e mediche vengono dal mondo arabo. Malgrado ciò l'origine transnazionale della matematica e delle scienze è stata "dimenticata", probabilmente in modo consapevole dalle università occidentali.
Le università e le scuole programmano e decidono qual è la conoscenza e quali sono le cose che "vale la pena" imparare. Questa è la conoscenza istituzionale, quella che si ottiene attraverso l'istruzione formale. Le potenze coloniali avevano imposto attraverso il dominio il loro sistema di conoscenza, malgrado le differenze tra Stati e Paesi diversi.
Alla "Scuola dei re", l'istituto "Le Rosey" in Svizzera, la cui retta annuale nel 2026-2027 è di 159.600 franchi, ovvero 174.000€7 l'esperienza di apprendimento sarà molto diversa rispetto a quella di un bambino palestinese che deve imparare le tabelline in un campo profughi.
Amilcare Cabral, un ingegnere agrario e teorico politico è riuscito ad esprimere in maniera efficace la violenza coloniale ma anche la voglia di riscatto:
"I colonialisti di solito dicono che sono stati loro a portarci nella storia: oggi gli dimostriamo che non è così. Loro ci hanno fatto abbandonare la storia, la nostra storia, per seguire loro dal fondo, per seguirli nel progresso della loro storia"8.
Italia
Il madamato
La versione della storia più diffusa è quasi sempre quella dei vincitori o, in questo caso, di chi ha conquistato e colonizzato. Anche noi abbiamo esercitato questo privilegio.
È molto conosciuta l'intervista a Indro Montanelli in cui, durante un programma RAI, racconta con una certa leggerezza della sua esperienza di "madamato", cioè la costituzione di una relazione tra un uomo, solitamente un soldato della potenza coloniale, e una donna nativa della colonia.
Quando aveva 24 anni, Montanelli serviva come soldato in Eritrea e, come molti italiani, aveva deciso di prendere una madama che, nel caso specifico, si chiamava Destà e aveva 12 anni. Durante la trasmissione9, il conduttore Gianni Bisiach riferisce a Montanelli una diceria: "Dicono anche che lei aveva una moglie, diciamo, indigena che era molto bella. Era la più bella di quella che avevano tutti gli ufficiali di allora". Presumibilmente, l'affermazione solleticò l'ego di Montanelli.
Il futuro fondatore del Giornale, apparentemente inorgoglito, afferma: "Pare che avessi scelto bene, era una bellissima ragazza bilena di dodici anni". Subito dopo questa affermazione, con un sorriso tra l'imbarazzato e forse il soddisfatto, dice: "Scusate, in Africa è un'altra cosa".
Questo suo racconto desta molto scalpore: infatti, subito dopo la femminista Elvira Banotti gli chiede: "Ha detto tranquillamente di aver avuto una sposa, diciamo, di dodici anni e a venticinque anni non si è peritato (non ha esitato) affatto di violentare una ragazza di dodici anni, dicendo «Ma in Africa queste cose si fanno». Io vorrei chiedere a lui, come intende i suoi rapporti con le donne, date queste due affermazioni".
Montanelli ribadisce la sua linea, sostenendo che: "No signora guardi, sulla violenza, nessuna violenza, le ragazze in Abissinia si sposano a dodici anni".
Il racconto di Montanelli e la sua posizione pongono molte questioni: sulla violenza, lo stupro, il ruolo della donna eccetera. Tra queste c'è sicuramente la posizione di forza da cui si è potuto permettere di raccontare la storia, cioè quella della potenza coloniale.
Ammesso e non concesso che la missione civilizzatrice delle colonie sia condivisibile, Montanelli da un lato, in quanto rappresentante di uno Stato colonizzatore e “civilizzatore”, doveva essere portatore di una cultura "superiore" e "civile", rispetto a quella "inferiore" e "selvaggia" della colonia; dall'altro non esita ad abbracciare gli usi e i costumi locali che gli convenivano. Affermare che "In Africa è un'altra cosa" non poteva esimerlo da un comportamento deprecabile già all'epoca; infatti, il primo governatore dell'Eritrea, Ferdinando Martini, considerava questa convivenza "un inganno e un sopruso nei confronti delle donne e delle tradizioni locali10".
Mondo
Cecil Rhodes
Cecil Rhodes mosse i primi passi in Sudafrica nel 1870: era un giovanotto "alto, magro, riflessivo, a volte loquace, Rhodes da giovane era considerato intraprendente, se non del tutto scrupoloso11".
Secondo alcuni, si trasferì in Sudafrica a causa della sua salute cagionevole: aveva la tubercolosi o comunque polmoni deboli. Altri raccontano un'altra versione della storia: prima di andare in Africa il giovane Cecil andò dal medico locale per un controllo generico sulla propria salute.
Cecil arrivò dal medico molto agitato, nervoso, ansioso. Prima di visitarlo, il dottore gli disse: "Fatti una passeggiata nei campi per calmarti". Il ragazzo tornò dopo una ventina di minuti e il medico lo visitò: non c'era nessun motivo per pensare che il clima sudafricano gli avrebbe fatto male.
Cecil tornò a casa con un umore frizzante ed eccitato: cercò una mappa del Sudafrica, la studiò fino al giorno dopo e l'indomani "l'Africa possedeva le sue ossa12".
Quando vi arrivò, aveva gli occhi luminosi, era entusiasta e nutriva una grande fiducia in se stesso e nelle proprie risorse.
La prima impresa di Rhodes fu il cotone: con la guerra civile americana, le importazioni dal "nuovo mondo" erano cessate e bisognava trovare mezzi alternativi per rifornire il mercato britannico. Era una coltivazione faticosa: richiedeva perseveranza e una dedizione profonda. Anche procurarsi lavoratori era difficile: dato che coltivavano da soli il mais di cui avevano bisogno per vivere, non servivano loro molti soldi e quindi spronarli a lavorare nei campi era complicato13.
Quella del cotone però era un'attività troppo complicata e poco lucrativa e quando suo fratello, che viveva come lui in Sudafrica, fu contagiato dalla "febbre dei diamanti", si trasferirono a Kimberley: la città dei diamanti. Per otto anni, fino al conseguimento tardivo della laurea nel 1881, divise la sua vita tra Kimberley e Oxford.
Dopodiché, diede il via alla sua impresa di diamanti, che culminerà con la fondazione della celebre società De Beers. Rhodes diventerà anche il primo ministro di Cape Colony, la colonia britannica che si trovava in ciò che adesso è il Sudafrica.
Le sue ambizioni imperiali non erano nascoste: “Perché non dovremmo formare una società segreta con un unico obiettivo”, disse una volta, “la promozione dell'Impero britannico e il dominio britannico su tutto il mondo, per il recupero degli Stati Uniti, per rendere la razza anglosassone un unico impero?”
L’ambizione di Rhodes venne rappresentata attraverso una statua eretta in suo onore nel 1934, nell’università di Città del Capo. A marzo del 201514, Chumani Maxwele un giovane sudafricano di colore, raccolse dei secchi di escrementi dal ciglio della strada e li lanciò sulla faccia della statua di Rhodes, urlando: "Dove sono i nostri eroi e i nostri antenati?". Quel gesto innescò un'ondata di proteste.
In cinque settimane, da marzo ad aprile 2015, centinaia di ragazzi e ragazze si radunarono intorno alla statua, cantarono canzoni di lotta contro l'apartheid, la coprirono di graffiti e anche di sacchi pieni di spazzatura.
La statua di Rhodes simboleggiava il fatto che l'università di Città del Capo celebrava ancora la cultura bianca, aveva un piano di studi eurocentrico, un consiglio di amministrazione prevalentemente bianco e offriva un sostegno finanziario e psicologico scarso agli studenti neri.
Gli studenti sudafricani si unirono nel movimento "Rhodes must fall", occuparono gli uffici dell'università e tennero lezioni sulla storia dell'apartheid. Nelle settimane successive le proteste si sono susseguite in altre università; in una, chiamata Rhodes, gli studenti chiesero di cambiare il nome. A Stellenbosch, invece, chiesero di limitare l'uso dell'afrikaans, la lingua usata dai coloni olandesi che hanno governato il Sudafrica.
Ad aprile 2015, la statua di Cecil Rhodes fu rimossa dall’università di Città del Capo.
Chi sono
Mi chiamo Stefano Salvatore, sono di Bari e vivo e lavoro a Milano, non per scelta, ma per amore. Faccio un lavoro di quelli che non si riescono a spiegare ai nonni che riguarda l'associazionismo, la politica e l'innovazione. Ho iniziato ad appassionarmi alla politica tra i banchi di scuola, leggendo i giornali che distribuivano gratis in classe e in una sezione di partito a Bari Vecchia.
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Note
1 Confronta Conferenza di Bandung sul sito Treccani. Indirizzo: https://www.treccani.it/enciclopedia/conferenza-di-bandung_(Dizionario-di-Storia)/. Consultato il 15.02.2026.
2 Wright, R. (s.d.). The colour curtain; a report on the bandung conference. Pp.80 e seguenti.
3 Ibidem p.86. Il dato è riportato dal tassista con cui Wright chiacchiera.
4 Young, R. J. C. (2020). Postcolonialism: A Very Short Introduction (2nd Edition).
5 Ibidem.
6 Berlin, I. (1998). Un messaggio al Ventunesimo secolo. Adelphi.
7 L’esempio è tratto da Young, R. J. C. (2020). Le cifre aggiornate si trovano a questo indirizzo: https://www.rosey.ch/files/conditions-financieres.pdf
8 Young, ibidem.
9 AC. Canale Yotube, indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=XX-Mj4k-rJA.
10 Hornby, S. A. (2016). Caffè amaro. Feltrinelli Editore.
11 Rotberg, R. I. ; (1998). Founder. (New York).
12 Ibidem
13 Ibidem
14 Per la ricostruzione degli eventi del movimento Rhodes must fall ho fatto riferimento all’articolo di Fairbanks, Eve:The birth of Rhodes Must Fall, all’indirizzo: https://www.theguardian.com/news/2015/nov/18/why-south-african-students-have-turned-on-their-parents-generation. Consultato il 15.02.2026.

