Ciao!

Bentornati su Minuti di Politica, la newsletter che in ogni numero racconta un concetto politico e il suo impatto sulla realtà, con un linguaggio semplice e senza rinunciare alla profondità.


Minuti di Politica si apre con un aneddoto per introdurre il concetto politico, prosegue con una definizione chiara e si chiude con due esempi: uno che riguarda l’Italia e l'altro che guarda al mondo.

In questo numero parleremo dell'imperfezione della natura umana. Cominciamo parlando di Chio, un'isola che all'inizio dell'Ottocento era ricca e prospera e che, contesa da greci e turchi, rimase vittima degli istinti brutali scatenati dalla guerra. Proseguiamo parlando della colonna infame, eretta a Milano dopo una famosa epidemia. Chiudiamo con un aneddoto su un blackout a New York alla fine degli anni '70.

Buona lettura e grazie a chi ha deciso di dedicare anche pochi minuti, ben spesi, alla politica!

La citazione

Da un legno così storto come quello di cui è fatto l'uomo, non si può costruire nulla di perfettamente diritto.

Immanuel Kant - Idea per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico

La parola

Imperfezione umana

Chio è un'isola che si trova davanti alla Turchia. Nel corso dei secoli gli abitanti riuscirono a trovare un compromesso per vivere in pace con i dominatori ottomani. La loro presenza sull'isola era minima: c'era un governatore, un giudice e qualche centinaio di soldati che alloggiavano a Chora, la città più grande.

Negli anni precedenti alla rivoluzione greca, che durò dal 1820 al 1829, Chio rientrava tra i territori più ricchi dell'Impero ottomano grazie alla rete commerciale che si estendeva in tutta Europa: da Marsiglia in Francia a Odessa in Ucraina, da Mosca in Russia ad Alessandria in Egitto. L'isola produceva cotone, seta e agrumi che spargevano il loro profumo per cinque miglia al largo dell'isola1. A sud dell’isola, nella Mastichochoria, dal lentisco si produceva una resina chiamata mastice di Chio.

All'inizio del 1821, quando la guerra di indipendenza greca era già cominciata, una flotta approdò sull'isola per convincere gli abitanti a unirsi alla rivolta contro i turchi. Il comandante greco Tombázis incontrò una delegazione di persone influenti dell'isola per convincerle a ribellarsi, senza successo; anzi.

La delegazione invitò il comandante a lasciare l'isola e a non disturbarli più, dato che non avrebbero potuto contribuire in nessun modo alla lotta. Tombázis non ebbe successo neanche con gli abitanti comuni, nonostante gli incoraggiamenti ("I greci hanno già vinto nel Peloponneso"), le promesse ("La flotta greca a breve chiuderà lo stretto dei Dardanelli"), le esortazioni ("Come può Chio, l'isola più ricca, non prendere parte allo scontro?") e le minacce2 .

Quello sbarco e il conseguente tentativo di coinvolgere Chio nella guerra di indipendenza furono l'inizio della fine. Come precauzione, i turchi decisero di prendere quaranta ostaggi provenienti dalle famiglie più ricche dell'isola; volevano scongiurare che gli abitanti di Chio si unissero agli indipendentisti.

Il governatore turco dell'isola chiese rinforzi al sultano e fu così che mille soldati turchi sbarcarono a Chio e cominciarono a razziare le campagne, a uccidere i cittadini e a saccheggiare le loro case. Per rispondere alla repressione turca, i greci inviarono una flotta con 1.500 soldati per conquistare l'isola e i turchi, in tutta risposta, la invasero con circa 15.000 uomini. Tra questi c'erano molti volontari attratti dalle ricchezze dell'isola e tanti malviventi che approfittarono della situazione per saccheggiarla.

Data la sproporzione delle forze in campo — decine di migliaia di turchi contro pochi greci — questi ultimi fuggirono lasciando Chio in balia delle truppe ottomane. La loro furia si abbatté su tutti, in maniera indiscriminata: urla disumane riempivano le strade di terrore, sulle vie si ammassarono cadaveri di anziani, donne, bambini e anche di chi era ricoverato in ospedale o chi si trovava nell'istituto per sordomuti e nel manicomio.

Quando non ci fu più nulla da saccheggiare a Chora, la città più grande dell'isola, i turchi si riversarono nelle campagne e continuarono le loro razzie e le loro atrocità.
La violenza che si consumò a Chio fece scalpore nel resto d'Europa, tanto da ispirare il quadro Il massacro di Scio di Eugène Delacroix.

Una definizione di imperfezione

imperfezione - im|per|fe|zió|ne - s.f. - 1304-08; dal lat. tardo imperfectiōne(m), v. anche perfezione.
CO - 1. l’essere imperfetto, difettoso o manchevole.

Molti filosofi e pensatori del passato hanno fondato le loro teorie sul fatto che l'uomo sia un animale sociale e politico e che vivrebbe in armonia anche in un mondo senza leggi, senza polizia e senza tribunali. Thomas Hobbes adottò una posizione totalmente opposta a questa: senza un potere superiore, ci uccideremmo a vicenda. Per Hobbes, la natura umana è imperfetta e questa imperfezione domina l'uomo: alimenta il suo desiderio incessante di sopravvivere e di prevalere. Infatti, nessun uomo è così forte o intelligente da sottomettere tutti gli altri: anche i più deboli e meno astuti possono allearsi per sopraffarlo. In questo scenario, ogni essere umano è un potenziale pericolo: "l'uomo è un lupo per l'altro uomo3".

Siccome vivere in questo stato, in una situazione di guerra di tutti contro tutti, sarebbe impossibile e renderebbe l'esistenza umana "solitaria, misera, sgradevole, brutale e breve"4 , gli uomini hanno adottato una soluzione drastica. Le comunità hanno ceduto il loro potere a un'autorità superiore: un'assemblea o un sovrano, il cosiddetto "Leviatano".

L'imperfezione della natura umana ci porta a collaborare non per amore, ma per timore della morte. È il Leviatano a convincerci a rispettare le regole, a proteggerci e, se necessario, a costringerci alla pace.

Italia

La colonna infame

Nord Italia, 1630. Durante la Guerra dei Trent'anni, il passaggio delle truppe mercenarie tedesche (i lanzichenecchi) lasciò dietro di sé una scia di morte. Alcuni soldati vennero trovati nelle case, altri morti per strada. Nei centri abitati che avevano attraversato, la popolazione cominciò ad ammalarsi e a morire a causa di un morbo violento, che creava dei bubboni sui corpi degli ammalati.

Nessuno riusciva a capire di cosa si trattasse; solo alcuni, i sopravvissuti alla peste che aveva già colpito il Nord Italia nel 1577, riconobbero il morbo5. A Milano, fu un soldato italiano a portare la peste; sul nome e sul giorno del suo ingresso nella città ci sono versioni discordanti. Su quello che successe, invece, erano tutti d'accordo.

Questo soldato entrò nel capoluogo della Lombardia con un grande fagotto che conteneva vestiti dei lanzichenecchi, forse comprati o forse rubati. Era tornato a trovare la sua famiglia ma, appena arrivato, si ammalò; fu portato all'ospedale dove gli trovarono un bubbone sotto l'ascella, segno inequivocabile della peste. Dopo la sua morte, il tribunale della sanità fece bruciare i vestiti e il letto su cui era rimasto e sequestrò la sua casa.

C'era anche un'altra versione6 che comincia nell'estate del 1630 in una delle zone oggi più note della città. Il solstizio d'estate, il 21 giugno del 1630, una donna affacciata in via della Vetra, quasi di fronte alle colonne di San Lorenzo, assistette a un fatto singolare.

Caterina Rosa vide dalla finestra una figura con mantello e cappuccio che si aggirava per la strada. Questa persona aveva in mano dei fogli sui quali sembrava che scrivesse; Caterina Rosa si insospettì e seguì il cammino della figura incappucciata, perché le venne il sospetto che fosse uno di quelli che […] andavano ungendo le muraglie, che fosse cioè un untore.

Questo episodio innescò una catena di eventi catastrofici. Il sospettato fu identificato: si trattava di Guglielmo Piazza, che era anche commissario di sanità. In pochi giorni, la giustizia si trasformò in vendetta. Sotto tortura, Piazza fece il nome di un barbiere, Giacomo Mora. Entrambi finirono giustiziati tra tormenti atroci per un crimine mai commesso. La casa di Mora fu rasa al suolo e al suo posto venne eretta la "Colonna Infame", un monumento che avrebbe dovuto ricordare la loro colpa e che invece oggi resta a memoria della follia dei giudici.

Milano divenne un esempio concreto di "stato di natura", una guerra di tutti contro tutti dove la legge del più forte (e del più spaventato) calpesta ogni diritto. La popolazione non cercava più la cura, ma un colpevole da sacrificare sull'altare della propria paura.

Mondo

Un blackout a New York

Immaginarsi il blackout di una metropoli è allo stesso tempo spaventoso ed entusiasmante: alla sensazione di pericolo e rischio si affianca quella di possibilità, entusiasmo e avventura. Fu quello che successe il 13 luglio del 1977, quando New York rimase senza elettricità e con essa crollarono anche le regole di convivenza civile. In quella notte senza luna l'aria calda investì la città e il blackout eccitò gli istinti e le paure dei cittadini.

Nella torre nord del World Trade Center c'era il Windows of the World, un complesso di ristoranti e locali che si affacciava sulla Grande Mela. I lavoratori che si trovarono lì al momento del blackout accendevano candele, mescolavano cocktail, cucinavano per i loro clienti che, nel frattempo, mangiavano, bevevano e, a volte, cantavano. Per le strade succedeva altro7.

In quelle ore, chi rubava per vivere, rubò di più. Alcuni uomini ruppero il lucchetto di un negozio di liquori con delle tronchesi, estrassero le pistole ed entrarono, presero quello che volevano e andarono via anche con il registratore di cassa.

Una scuola abbandonata di Harlem prese fuoco: in condizioni normali avrebbero cercato di spegnere l'incendio; con così tante chiamate, però, non si poteva far nulla se non circondare la scuola per evitare incidenti e aspettare che collassasse. Vicino al municipio arrivarono degli uomini con un camion, lo parcheggiarono davanti a un negozio di armi, distrussero il cancello, sfondarono la porta, caricarono il camion con le armi e andarono via.

Sulla Broadway, quattro isolati a sud dell'Università Columbia, un uomo salì con la sua macchina sul marciapiede. Ne uscirono tre uomini: uno attaccò una catena al paraurti della macchina, il suo complice attaccò l'altra estremità al cancello a fisarmonica di un negozio di elettronica; il terzo disse: "Vai!". L'uomo in macchina diede gas, il cancello del negozio si staccò dai cardini e i quattro, tutti assieme, razziarono il negozio.

Situazioni eccezionali come la guerra a Chio, la peste a Milano e addirittura un "semplice" blackout a New York poco meno di cinquant'anni fa, eccitano la nostra parte animalesca, la nostra natura imperfetta e ci riportano alla guerra di tutti contro tutti.

Dominati dagli istinti e ciechi davanti ai propri difetti, gli esseri umani si abbandonano ai gesti più efferati, più vergognosi e osceni, che sono quelli che garantiscono loro la sopravvivenza in situazioni in cui vige la legge del più forte.

Ma non è detto che questa sia una legge ferrea e inscalfibile, perché in quanto esseri umani "conteniamo moltitudini". Ad esempio, in quella notte d'estate a New York, oltre alle rapine, c'erano donne che dirigevano il traffico, studenti ciechi, abituati a muoversi al buio, guidarono i loro compagni di classe al sicuro, uomini e donne che approfittarono di quel senso di avventura per lanciarsi in nuove amicizie e in nuovi amori.

Chi sono

Mi chiamo Stefano Salvatore, sono di Bari e vivo e lavoro a Milano, non per scelta, ma per amore. Faccio un lavoro di quelli che non si riescono a spiegare ai nonni che riguarda l'associazionismo, la politica e l'innovazione. Ho iniziato ad appassionarmi alla politica tra i banchi di scuola, leggendo i giornali che distribuivano gratis in classe e in una sezione di partito a Bari Vecchia.

Spero che questa newsletter ti sia piaciuta! Se hai qualche consiglio, suggerimento o ti piacerebbe un argomento da approfondire, scrivimi a [email protected]

Se la newsletter ti è piaciuta, inviala a un/una amico/a o iscriviti qui

Note

1  La ricostruzione dell’episodio è tratta da Brewer, D. (2022). The Greek War of Independence. The Struggle for Freedom from Ottoman Oppression. Capitolo XVI. ABRAMS Press.

2  Ibidem.

3  Hobbes, T. Elementi filosofici sul cittadino. De Cive. UTET.

4  Hobbes, T. (2011). Leviatano. Rizzoli

5  Manzoni, A. I promessi sposi. Capitolo XXXI. Indirizzo: https://it.wikisource.org/wiki/I_promessi_sposi_(1840)/Capitolo_XXXI. Accesso 01/03/2026.

6  Questa versione viene raccontata dallo stesso Manzoni in: Manzoni, A. (2023). Storia della colonna infame. Garzanti Classici.

7  Goodman J.E. racconta di quella notte in Blackout. (2005) North Point Press. Ho ripreso gli eventi da questo testo.

Reply

Avatar

or to participate

Keep Reading