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Bentornati su "Minuti di Politica", la newsletter che in ogni numero racconta un concetto politico e il suo impatto sulla realtà, con un linguaggio semplice e senza rinunciare alla profondità.

“Minuti di Politica” si apre sempre con un aneddoto per introdurre il concetto politico, prosegue con una definizione chiara e si chiude con due esempi: uno che riguarda l’Italia e l'altro che guarda al mondo.

In questo numero parleremo di sesso e genere. Cominceremo parlando del rosa e del blu: oggi ci sembra scontato associare il primo al sesso femminile e il secondo al maschile, ma non è sempre stato così. Proseguiremo con un episodio che riguarda la nostra Costituzione e l'accesso delle donne alla magistratura. Concluderemo con un aneddoto sul data gap, ovvero la mancanza di dati per progettare innovazioni a misura di donna.

Buona lettura e grazie a chi ha deciso di dedicare anche pochi minuti, ben spesi, alla politica!

La citazione

“Rosa o azzurro? Quale è destinato ai bambini e quale alle bambine? Questa domanda ci viene posta questo mese da uno dei nostri lettori, e la discussione potrebbe interessare anche ad altri. C'è stata una grande disparità di opinioni su questo argomento, ma la regola generalmente accettata è il rosa per il bambino e l'azzurro per la bambina. La ragione è che il rosa, essendo un colore più deciso e forte, è più adatto al maschio, mentre l'azzurro, che è più delicato e grazioso, è più bello per la femmina”.

The Infants’ Department - giugno 1918

La parola

Sesso e genere

Il "gender reveal" è una festa che i genitori organizzano per far conoscere ad amici e parenti il sesso (attenzione: non il genere) della persona che sta per nascere. Nata negli Stati Uniti, si è diffusa in gran parte del mondo. Spesso sono gli stessi genitori a non conoscere il sesso in anticipo; per scoprirlo fanno esplodere, ad esempio, dei palloncini. Se i coriandoli sono rosa, nascerà una bambina; se sono azzurri, un bambino.

Questa distinzione a noi sembra ovvia: il principe è azzurro e la principessa veste di rosa. Ma non è sempre stato così.

Fino alla metà dell'Ottocento, bambini e bambine indossavano abiti identici fino all'età di quattro o cinque anni. Il colore dominante era il bianco, sia perché resisteva ai frequenti lavaggi ad alte temperature, sia perché richiamava l'idea di purezza. I colori pastello erano popolari per nastri o dettagli rimovibili prima del bucato. Non vi è alcuna prova che il rosa e l'azzurro indicassero un genere preciso fino alla metà del diciannovesimo secolo, e anche allora lo facevano in modo incoerente1.

L'azzurro e il rosa erano colori pastello intercambiabili. L'uso metaforico di sfumature come "Alba dalle dita rosee" era legato a concetti come la primavera, la salute e la giovinezza, non alla femminilità. Non era un colore da donne, ma da giovani: i ragazzi lo indossavano senza problemi2.

I manuali dell'epoca e i riferimenti letterari confermano questa tesi. Nel 1890, il Ladies’ Home Journal consigliava: "Il bianco puro era usato per tutti i bambini. Il blu per le ragazze e il rosa per i ragazzi".

Persino in Piccole Donne (1868) troviamo questo passaggio che conferma come l’assegnazione del colore fosse diversa tra Francia e Stati Uniti:

«Amy ha messo un nastro azzurro al maschietto e uno rosa alla femminuccia, alla moda francese, così li si può sempre distinguere3

Il momento di cambiare abiti arrivava in base all'età, riflettendo la convinzione dell'epoca che l'identità di genere emergesse gradualmente.

Verso la fine dell'Ottocento, le cose cominciarono a cambiare grazie al successo del libro "Il Piccolo Lord". I genitori iniziarono a vestire i maschietti con completi di velluto nero e pantaloni alla zuava. Tuttavia, presto questa moda svanì: nella società americana iniziò a serpeggiare il timore che l'uomo bianco di classe media si stesse "rammollendo".

Per preservare il "futuro della nazione", riviste e psicologi iniziarono a prescrivere per i ragazzi esercizi rigorosi, lavori manuali e un'educazione severa, separando nettamente i loro stili di vita da quelli femminili4.

Una definizione di sesso e genere

Il sesso si riferisce alle differenze biologiche tra maschio e femmina, ovvero l'anatomia e le funzioni procreative.

Il genere è invece una questione squisitamente culturale: indica come una determinata società classifica ciò che è "maschile" e ciò che è "femminile".

Come sottolinea la sociologa Ann Oakley, verificare il sesso è una questione biologica; giudicare cosa sia maschile o femminile dipende invece dalla cultura, dall'epoca e dal luogo5. Riconoscere questa distinzione è fondamentale, perché sono i criteri culturali (il genere) a determinare il ruolo e il potere di una persona nella società, molto più della biologia.

Spesso si dà per scontato che a un sesso maschile corrisponda automaticamente un genere maschile, ma non è così. Essere "uomo" o "donna" in una società ha a che fare con il modo di vestirsi (abbiamo visto il rosa e il blu), le aspettative lavorative e i comportamenti, ben più che con l'anatomia.

Per capire quanto il genere influenzi la nostra vita, la Oakley cita un emblematico caso clinico degli anni '70 riguardante una persona intersessuale (nata cioè con caratteristiche biologiche non definibili in modo binario maschio/femmina). Questa persona era stata cresciuta come femmina. Durante l'adolescenza, i medici le fecero dei test rivelando che, geneticamente, il suo sesso prevalente era maschile.

A quel punto, la persona decise di cambiare la propria identità di genere da femminile a maschile. Insieme al genere, cambiò incredibilmente anche il suo rendimento scolastico: da studente "mediocre", divenne il migliore della classe in matematica.

La tesi della Oakley è lampante: abbracciare una nuova identità di genere portò lo studente ad assorbire (inconsciamente) gli stereotipi associati a quel genere in quel momento storico, compresa l'aspettativa sociale che i "maschi" fossero portati per la matematica6.

Italia

Magistrate

A proposito di aspettative sociali e potere, chissà se molti anni dopo, da Presidente della Repubblica, Giovanni Leone avrebbe ricordato quel remoto pomeriggio di gennaio in cui si forgiò il futuro della magistratura italiana.

Il 31 gennaio 1947, alle 18:30, la seconda sottocommissione dell’Assemblea Costituente stava disegnando il potere giudiziario della nascente Repubblica7. Sul tavolo c'era una disposizione cruciale sull'assunzione dei magistrati, che si chiudeva così: "Possono essere nominate anche le donne nei casi previsti dalle norme sull'ordinamento giudiziario".

Si accese un dibattito infuocato. Il deputato socialista Ferdinando Targetti propose di cancellare quella frase: scrivere che le donne "potevano" diventare magistrati suonava come una gentile concessione, un'eccezione alla regola. Se potevano insegnare all'università, perché negare loro la Cassazione?

A quel punto prese la parola Giovanni Leone. Affermò che la partecipazione delle donne era fondamentale, ma che non bisognava "andare troppo oltre". Secondo lui, "la partecipazione illimitata delle donne alla funzione giudiziaria non è per ora da ammettersi". Solo gli uomini potevano raggiungere la "rarefazione del tecnicismo" e l'equilibrio necessari per gli alti gradi della Magistratura. Le donne, più inclini a giudizi legati al sentimento, sarebbero state perfette per i Tribunali dei minorenni.

Le sue parole scatenarono un putiferio. Tre "madri” costituenti si alzarono contro di lui:

  • Maria Federici (dello stesso partito di Leone, la Democrazia Cristiana) ribatté che fare il magistrato era questione di preparazione e studio; tirare in ballo le "attitudini femminili" era un argomento debole e offensivo per la giustizia stessa.

  • Nilde Iotti (del Partito Comunista Italiano) fu tranchant: l'essere femminili non precludeva in alcun modo logico l'accesso alle alte cariche, e porre dei limiti contraddiceva il diritto per cui ogni cittadino ha diritto di accedere agli uffici pubblici.

  • Angela Gotelli (anche lei della Democrazia Cristiana) ricordò semplicemente che permettere alle donne l'accesso non significava regalarlo: gli uomini avrebbero continuato a fare i giudici, se ne avevano le competenze.

Nonostante l'opposizione, in Commissione la proposta di Leone resse. Fu solo in un secondo momento, grazie alla plenaria dell'Assemblea Costituente, che quella limitazione venne definitivamente stralciata in nome dell'articolo sulla parità di accesso alle cariche pubbliche8.

Mondo

Data gap e tiralatte

Se pensiamo che gli stereotipi di genere fossero un problema solo dell'Italia del dopoguerra, ci sbagliamo. Sopravvivono saldamente anche nella Silicon Valley degli anni Duemila.

Un esempio è la storia imprenditoriale di Tania Boler1, fondatrice di alcune startup per la salute femminile. Durante la ricerca dei capitali per il lancio di un tiralatte innovativo, Tania si è dovuta scontrare con alcuni stereotipi degli investitori, convinti che "la passione per il design e la tecnologia sia tipica degli uomini e non delle donne". Questo stereotipo culturale è rafforzato anche da una problematica assenza di dati, il cosiddetto data gap, per supportare la progettazione di prodotti pensati per le donne.

Nel 2013, il mercato dei tiralatte negli USA era dominato da un monopolista (Medela2) e fatturava centinaia di milioni di dollari, anche perché negli Stati Uniti l'assenza di un congedo di maternità obbligatorio costringe le neomamme ad affidarsi alla tecnologia per conservare il latte.

Eppure i tiralatte in commercio erano dolorosi, rumorosi e umilianti. Boler se ne rese conto vedendo la cognata, nuda dalla vita in su, attaccata a una macchina rumorosa in salotto. C'era un mercato maturo per una technological disruption (un'innovazione radicale che stravolge l’esistente). Perché gli scaltri investitori americani ignoravano una miniera d'oro da settecento milioni di dollari?

Per due motivi semplici:

  1. Chi decide è uomo: I vertici dei fondi di investimento sono occupati quasi interamente da uomini. Non avendo mai provato certi bisogni biologici, non riescono nemmeno a concepirli come opportunità di mercato.

  2. Mancano i dati: Senza statistiche alla mano è difficile dimostrare a un investitore che un problema esiste.

Per Boler arrivò un’ulteriore conferma dell’assenza di dati, il cosiddetto data-gap, quando introdusse sul mercato uno strumento per rafforzare il pavimento pelvico, per combattere un disturbo che colpisce quasi il 40% delle donne. Cercò dati clinici di base: come cambiano le dimensioni anatomiche in base a età, etnia o gravidanze?

Scoprì il vuoto assoluto. Il 50% della popolazione mondiale possiede quell'anatomia, eppure la letteratura medica ufficiale la ignorava quasi totalmente.

Chi sono

Mi chiamo Stefano Salvatore, sono di Bari e vivo e lavoro a Milano, non per scelta, ma per amore. Faccio un lavoro di quelli che non si riescono a spiegare ai nonni che riguarda l'associazionismo, la politica e l'innovazione. Ho iniziato ad appassionarmi alla politica tra i banchi di scuola, leggendo i giornali che distribuivano gratis in classe e in una sezione di partito a Bari Vecchia.

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Note

1  Paoletti, J. B. (2012). Pink and blue: Telling the boys from the girls in America [Edizione digitale]. Indiana University Press.

2  Ibidem

3  Alcott, L. M. (1868). Piccole Donne, citato da Paoletti, ibidem.

4  Paoletti ibidem.

5  Oakley, A. (1972). Sex, Gender and Society. Temple Smith. P.16.

6  Ibidem. P.166

7  Costituente, Commissione per la Costituzione. (1947, 31 gennaio). Resoconto sommario, seduta n. 27. Camera dei Deputati. https://legislature.camera.it/_dati/costituente/lavori/commissione/sed027/sed027nc.pdf

8  Granara, D., & Fatta, C. (2020). L'accesso delle donne alla magistratura dall'Assemblea Costituente italiana alla prospettiva europea. DPCE Online, 41(4). https://doi.org/10.57660/dpceonline.2019.829. Consultare anche Assemblea Costituente. (1947). Resoconto stenografico dell'Assemblea, seduta n. 306. Camera dei Deputati. https://documenti.camera.it/_dati/Costituente/Lavori/Assemblea/sed306/sed306.pdf

1  Per questo esempio e per i successivi mi sono rifatto al capitolo IX di Criado Perez, C. (2019). Invisibili. Come il nostro mondo ignora le donne in ogni campo. Einaudi.

2  Ibidem.I dati sono del 2013

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