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Bentornati su "Minuti di Politica", la newsletter che in ogni numero racconta un concetto politico e il suo impatto sulla realtà, con un linguaggio semplice e senza rinunciare alla profondità.
“Minuti di Politica” si apre con un aneddoto per introdurre il concetto politico, prosegue con una definizione chiara e si chiude con due esempi: uno che riguarda l’Italia e l'altro che guarda al mondo.
In questo numero parleremo di autodeterminazione. Cominciamo con la proclamazione della repubblica d'Irlanda, nel 1916. Proseguiamo con uno sciopero del tabacco, organizzato dai milanesi contro gli occupanti austriaci nel 1848. Chiudiamo con un aneddoto sulla dichiarazione di indipendenza del Vietnam, nel 1945.
Buona lettura e grazie a chi ha deciso di dedicare anche pochi minuti, ben spesi, alla politica!
La citazione
Oh miei fratelli! Amate la Patria. La Patria è la nostra casa: la casa che Dio ci ha data, ponendovi dentro una numerosa famiglia che ci ama e che noi amiamo, colla quale possiamo intenderci meglio e più rapidamente che non con altri, e che per la concentrazione sopra un dato terreno e per la natura omogenea degli elementi ch'essa possiede, è chiamata a un genere speciale d'azione.
La parola
Autodeterminazione
Patrick Pearse nacque alla fine dell'Ottocento a Dublino, da madre irlandese e padre inglese. La sua passione per le lettere, per la retorica e il bell'eloquio lo accompagnò fin dall'infanzia1.
A 17 anni divenne un'attivista2: si affiliò alla Lega Gaelica, un'organizzazione nata pochi anni prima per preservare il gaelico, la lingua irlandese parlata per lo più nei quartieri poveri e nell'Irlanda rurale.
Il gaelico si stava estinguendo. Solo gli irlandesi più poveri vi si aggrappavano, rifiutandosi di usare l'inglese dei padroni per dare un nome al proprio mondo. Agli occhi dell'Impero Britannico, infatti, l'Irlanda era solo una provincia periferica e la sua lingua un ostacolo alla civilizzazione3.
Il gaelinco non si parlava più in Cornovaglia e si stava estinguendo in Bretagna, nelle Highland scozzesi e in Irlanda. Insomma, parlarlo era il segno distintivo degli sconfitti, dei vinti.
Quando sarebbe diventato più maturo, Patrick Pearse avrebbe scritto che un'Irlanda libera ma senza la propria lingua sarebbe stato peggio di non ottenere mai più l'indipendenza dagli inglesi. Anche per questo, diventò un ideologo della lingua, prima che della politica.
Grazie alla sua abilità retorica unita al suo fervore per un'Irlanda indipendente, e dopo 15 anni di contributo al pensiero separatista, Pearse, che era un poeta, guadagnò il grado di comandante in capo delle forze repubblicane.
Il giorno di pasquetta, il 24 aprile del 1916, le forze repubblicane irlandesi, assieme ad altre forze nazionaliste, occuparono alcuni luoghi simbolo di Dublino, per dichiarare l'indipendenza della repubblica irlandese dalla Gran Bretagna.
Viste le sue abilità retoriche, fu Pearse a preparare la dichiarazione intitolata: "Poblacht na hÉireann", ovvero Repubblica d'Irlanda. La stampò in fretta e furia con una macchina da stampa antiquata e la declamò uscendo dall'ufficio postale di Dublino, uno di quelli occupati dalle forze indipendentiste.
Tra le varie testimonianze, c'era chi sosteneva che in quell'occasione Pearse avesse perso il suo magnetismo e che anche il suo pubblico fosse il peggiore da quando aveva cominciato la sua carriera da attivista.
Eppure si impegnò a evocare lo spirito della lotta nazionale con parole alate, distillando nazionalismo ed epica con parole lucide, terse e commoventi. La proclamazione si rivolgeva agli irlandesi e alle irlandesi nel nome di dio e delle generazioni passate.
Dopo sei giorni, le forze della Gran Bretagna costrinsero i repubblicani a capitolare. Pearse e altre quattordici persone vennero giudicati colpevoli dalla corte marziale britannica e fucilati da un plotone d'esecuzione.
Una definizione di autodeterminazione
Nel diritto internazionale, facoltà dei popoli di decidere in assoluta libertà la propria condizione politica4.
Tra i fini dell'Organizzazione delle Nazioni Unite c'è quello di:
Sviluppare tra le nazioni relazioni amichevoli fondate sul rispetto e sul principio dell'eguaglianza dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli, e prendere altre misure atte a rafforzare la pace universale5;
Un popolo ha il diritto di diventare uno Stato indipendente o di associarsi o unirsi a un altro Stato in tre casi6:
a. Quando è sottoposto a dominazione coloniale;
b. Quando è soggetto a segregazione razziale (apartheid);
c. Quando subisce una occupazione straniera.
Da Bandung in poi, il diritto internazionale riconosce in questi tre casi la possibilità di secessione dallo Stato, anche violenta. Chi lotta per l'autodeterminazione può essere condannato dai giudici per crimini internazionali, ma non può essere considerato un terrorista internazionale. Anche se non è quasi mai così.
Ad esempio, Nelson Mandela che voleva eliminare la segregazione razziale (come nel caso b di apartheid) in Sudafrica era considerato un terrorista dal governo sudafricano e anche dalla prima ministra britannica, Margareth Thatcher, che considerava l'African National Congress, di cui Mandela era un esponente, un'organizzazione terroristica7.
Ampliando lo sguardo oltre quanto sancito dal diritto internazionale, si può dire che il principio di autodeterminazione è un concetto tipico del nazionalismo: un'ideologia che richiede la congruenza tra unità politica e unità nazionale8.
La forza del nazionalismo sta nel fatto che può essere considerato anche come un sentimento: la rabbia perché non esiste uno Stato corrispondente all'unità nazionale, oppure la soddisfazione perché la propria nazione si è dotata di uno Stato. Un movimento nazionalista è quello che agisce sulla base di un sentimento di questo tipo.
Italia
Lo sciopero del tabacco
Dopo la sconfitta di Napoleone, le potenze europee occuparono temporaneamente la Francia, mentre l'Italia rimase in balia degli stranieri. Così anche a Milano, i conservatori italiani acclamavano l'entrata e l'occupazione da parte delle truppe straniere, l'unica salvezza contro la rivoluzione.
I conservatori erano entusiasti del fatto che gli austriaci si riversassero nelle strade milanesi. Li pagarono per essere conquistati, a loro abbandonarono il patrimonio pubblico e accolsero senza fiatare le loro tasse salatissime9. L'Italia e la Lombardia si lasciarono svenare dagli austriaci, pur di difendere lo status quo.
D'altro canto, gli austriaci non furono dei padroni astuti: non avevano ancora maturato l'idea che un impero è per sua stessa natura cosmopolita e che per vivere in pace e armonia deve rispettare i costumi di tutti i popoli coinvolti.
L' Austria si comportò da potenza tedesca, superba e aspra: in Italia non si tirò mai indietro quando si trattava di vessare e umiliare. Le armate italiane che avevano combattuto a fianco di quelle francesi a Valencia, in Catalogna, in Russia e in Sassonia furono sciolte; dispersero e mandarono in congedo gli ufficiali e smantellarono il ministero della guerra, lo stato-maggiore, l'artiglieria e il genio militare.
Oltre alle angherie militari, l'impero praticò umiliazioni anche tra i civili: mortificò la stampa, vietò il dibattito e la discussione politica e martoriò l'insegnamento. Ad esempio, nella Milano dell'epoca, una delle città letterarie più importanti d'Italia, consentì la pubblicazione di un unico giornale di qualità infima: la Gazzetta Privilegiata.
L' Austria pensava all'Italia come a un "popolo infante10", da addomesticare alla saggezza e alla conoscenza germanica; per farlo, inviò uomini dell'impero per prendere possesso e governare anche le università italiane. Le violenze, i soprusi, le angherie che andarono avanti dal 1815 in poi costrinsero i sudditi dell'impero austriaco a realizzare di essere italiani e li persuasero a ribellarsi.
Nel 1848, i milanesi "non retrogradi", cioè non conservatori11, decisero di colpire l'impero lì dove faceva più male: nelle casse dello Stato. I giovani cominciarono uno sciopero del tabacco nei primi giorni dell'anno per ridurre le entrate dell'Austria. Com'era prevedibile, l'astinenza causò un certo nervosismo e una certa tensione tra la popolazione.
Questa era un'occasione d'oro per Radetzki, il generalissimo a capo di tutte le truppe austriache nel Lombardo-Veneto, che aveva sete di sangue italiano. Il militare decise di sfruttare la tensione per scatenare una rivolta e sopprimerla con violenza; distribuì ai soldati austriaci soldi per ubriacarsi e sigari per scatenare le ire dei milanesi che praticavano lo sciopero del tabacco. I medici delle prigioni riconobbero criminali e attaccabrighe che fino a poco prima erano in carcere e che in quei giorni andavano in giro a fumare per le strade della città.
La tensione esplose e gli austriaci, gli unici ad avere le armi, evitarono di ingaggiare scontri con i giovani e, vigliaccamente, mietevano vittime tra vecchi e bambini. Le donne tremavano, la tensione cresceva e i padroni deportavano i cittadini milanesi. Ciononostante, la speranza dei moti alimentava i cuori dei milanesi. Arrivavano notizie di ribellione a Palermo, della Costituzione di Napoli, di rivolte a Firenze e a Torino.
Lo sciopero del tabacco rappresentò la prima pietra della rivolta che, di lì a qualche mese, sarebbe esplosa con le "cinque giornate di Milano", in cui la città riuscì a cacciare temporaneamente gli austriaci dalla città.
Mondo
I sandali di Ho Chi Minh
Uno degli anni più importanti del Novecento è stato il 1945, in cui finì la seconda guerra mondiale. Per il Vietnam fu un anno particolarmente significativo: cessarono sia un millennio di politiche dinastiche che l'ideologia monarchica. Il dominio francese durato ottant'anni si sgretolò, malgrado la sua possibile restaurazione. Cessò anche l'occupazione militare giapponese durata cinque anni12.
Il 2 settembre del 194513, i veicoli americani, che trasportavano i membri di quella che sarebbe stata la Repubblica Democratica del Vietnam, non erano ancora arrivati. Il programma prevedeva che il comizio cominciasse alle 14:00, ma il ritardo era già di 25 minuti.
Una volta giunti nella piazza Ba Dinh di Hanoi, Ho Chi Minh uscì da uno dei veicoli e, a passo svelto, guidò gli altri membri del governo verso il palco. Il loro incedere rapido era insolito: molti si aspettavano che i futuri leader del paese camminassero lentamente, dimostrando calma, misura, stabilità e sicurezza.
Quasi tutti erano vestiti all'occidentale: abito e cravatta. L'unico che spiccava era Ho Chi Minh con una giacca color cachi, un po' sbiadita, e dei sandali di gomma: quel modo di vestire sarebbe rimasto iconico per i ventiquattro anni successivi, fino alla sua morte.
Prima del suo intervento, la folla lo acclamò al grido "indipendenza"! Passarono molti minuti in cui, prima di alzare le mani per chiedere silenzio, Ho salutò la sua gente; poi cominciò a leggere la dichiarazione di indipendenza:
«Tutti gli uomini sono creati uguali. Essi sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, tra i quali vi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità.»
Questa dichiarazione immortale fu sancita nella Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti d'America nel 1776. In senso più ampio, questo significa: tutti i popoli della terra sono uguali fin dalla nascita, tutti i popoli hanno il diritto di vivere, di essere felici e liberi.
Anche la Dichiarazione della Rivoluzione Francese del 1791 sui Diritti dell'Uomo e del Cittadino afferma: «Tutti gli uomini nascono liberi e con uguali diritti, e devono rimanere sempre liberi e avere uguali diritti».
Queste sono verità innegabili14.
Da quel momento nacque un legame speciale tra Ho e la marea di persone che affollava la piazza. Stava già suscitando ammirazione tra i vietnamiti, rispondeva al loro bisogno di contare su un leader giusto e invincibile, che incarnava un sogno collettivo dopo l'incubo del colonialismo.
I vietnamiti avevano vissuto l'aspro contrasto tra quanto predicato dai francesi e il loro spietato dominio. Se da un lato, nella Dichiarazione sui Diritti dell'Uomo, esaltavano l'uguaglianza e la libertà, dall'altro, avevano diviso il Vietnam, ucciso e imprigionato patrioti, venduto oppio e alcol per "indebolire la razza", espropriato terre e materie prime e imposto una tassazione ingiusta. La popolazione vietnamita divenne povera e miserabile, sopportò la carestia e più di due milioni di persone morirono di fame15
Nonostante la dichiarazione di Ho, l'indipendenza sarebbe arrivata solo 9 anni più tardi quando il Vietnam del nord avrebbe costretto la Francia alla ritirata definitiva.
Chi sono
Mi chiamo Stefano Salvatore, sono di Bari e vivo e lavoro a Milano, non per scelta, ma per amore. Faccio un lavoro di quelli che non si riescono a spiegare ai nonni che riguarda l'associazionismo, la politica e l'innovazione. Ho iniziato ad appassionarmi alla politica tra i banchi di scuola, leggendo i giornali che distribuivano gratis in classe e in una sezione di partito a Bari Vecchia.
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Note
1 La ricostruzione della biografia di Pearse e della dichiarazione d’indipendenza è ripresa da Charles Townshend – Easter 1916 Townshend, C. (2015). Easter 1916: The Irish rebellion [Edizione digitale]. Penguin Books.
2 Ibidem capitolo I.
3 Arnold, Matthew. The study of Celtic literature. Popular Edition. London. Smith, Elder, & co. 1891. Capitolo I. Indirizzo: https://www.gutenberg.org/files/5159/5159-h/5159-h.htm. Consultato 22.03.2026.
4 Definizione di Autodeterminazione dei Popoli Internazionale. (s.d.). Autodeterminazione dei popoli. In Nuovo De Mauro: Il dizionario della lingua italiana. Indirizzo: https://dizionario.internazionale.it/parola/autodeterminazione-dei-popoli Consultato il 22.03.2026.
5 Statuto delle Nazioni Unite (ONU) Nazioni Unite. (1945, 26 giugno). Statuto delle Nazioni Unite. Articolo 1, paragrafo 2. Nella traduzione si menziona “l’autodecisione”. Indirizzo: https://www.mim.gov.it/documents/20182/4394634/1.%20Statuto-onu.pdf. Consultato il 22.03.2026.
6 Focarelli, Carlo. Diritto Internazionale. Quinta Edizione. CEDAM. Wolters Kluwer Italia. Milano. 2020. Paragrafo 14 e ss.
7 Winter, Gordon. (20.09.2018). “NO”: how Thatcher refused to help Mandela’s ANC. The Ferret. Indirizzo: https://www.theferret.scot/thatcher-mandela-anc/. Consultato il 22.03.2026.
8 Ernest Gellner. Nations and nationalism. 1983. Cornell University Press. Capitolo I, Definitions.
9 Cattaneo, Carlo. Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra (A. Donnaruma, Ed.; Edizione elettronica 2007). Liber Liber. (Opera originale pubblicata nel 1849). Capitolo 1.
10 Ibidem
11 Ibidem
12 Marr, D. G. (1995). Vietnam 1945: The quest for power. University of California Press. https://doi.org/10.1525/9780520920392. Capitolo 8.
13 Gli accordi delle potenze che vinsero la seconda guerra mondiale stabilirono che il Vietnam sarebbe stato gestito dalle truppe cinesi a nord del 16mo parallelo e da quelle britanniche a sud dello stesso. Anche se gli Stati Uniti non si sarebbero occupati concretamente della questione, avevano influenzato l'accaduto.
14 Ho Chi Minh. (1945, 2 settembre). Declaration of Independence of the Democratic Republic of Vietnam. History Matters. Indirizzo: https://historymatters.gmu.edu/d/5139/. Consultato il 22.03.2026.
15 Marr, ibidem.

